2. Osservare la società urbana

È giusto che Livolsi intenda studiare la città nella sua ragnatela di rapporti sociali.
Per il sociologo è un elementare dovere ed una necessità disciplinare. Ma è inesatto dire che la città sia stata studiata quasi sempre prevalentemente "nei suoi aspetti urbanistici". È vero che molti urbanisti spesso curano solo quegli aspetti, ma la buona urbanistica, alcuni architetti, gli storici, altri studiosi della città, hanno dato importanza alla città come insieme sociale. Si potrebbe al contrario dire che la sociologia, dopo Simmel, von Wiese e la Scuola di Chicago, ha voluto sempre meno studiare gli aspetti spaziali delle relazioni sociali, e il tema della distanza fisica.
Trovo criticabile - e ciò sta all'origine di queste osservazioni - che l'approccio non-quantitativo fenomenologico del sociologo osservante non sia conseguente fino in fondo, ma appaia al contrario limitato dal pregiudizio in favore sempre e comunque della piccola comunità. Spesso, e contraddittoriamente rispetto ai propri "compiti" non attinenti alle discipline spaziali, il sociologo che nutre tale pregiudizio si incarica anche di indicare la dimensione della comunità, porte comprese...
Lo sguardo sulla città oltre che alla forma dei luoghi è rivolto anche alla vita che nei luoghi si svolge o che nei luoghi da progettare o da ridisegnare o gestire si prevede ragionevolmente che potrà svolgersi. La disponibilità dovrà essere massima, al primo momento persino ingenua, totale, per assorbire in pieno la potenzialità che dai luoghi si sprigiona e la potenzialità e necessità che dai comportamenti sociali e dalle relazioni sociali si evidenzia. Compresa la vita nella grande città, non pregiudizialmente bocciata come aberrante e malsana.

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