| (pubblicato nel volume
a cura di Patrizia Mello, Spazi della patologia patologia degli spazi, Mimesis, Milano, 1999). 1. Architettura libera. Solo per un istante il profilo del museo Guggenheim
di Bilbao può suscitare qualche inquietudine. Quando nella luce del mattino, visto a
distanza, di scorcio, di là dal fiume, dalla parte allungata, può sembrare uno strano
animale marino che fugge spaventato da qualcosa di improvviso. Ma non è l'oggetto che ti
inquieta, sarà solo la rappresentazione della paura, quella che sembra far fuggire
l'oggetto quasi zoomorfo.
Nella realtà è un oggetto urbano quieto e libero. E - proprio per le molte similitudini
che suggerisce e che subito puoi scartare come tra loro equivalenti, e insufficienti, o
come inutili rappresentazioni - oggetto liberante, in quanto architettura che è per sè
stessa, in aggiunta alla funzione, non dimentica della funzione, ma al tempo stesso
affrancata da altri vincoli come quello tradizionale per cui un'architettura chiude uno
spazio mentre qui lo apre, aprendosi essa stessa - ostensione e segreto - pur con tutte le
circonvoluzioni del caso e dell'apparente caos. Mutevole compatto conglomerato
raziocinante, pezzo unico del barocco futuro, immagine tridimensionale e assolutamente non
replicabile - ma nessun pezzo dei "nuovi moderni" lo è - degli intrecci del
vivere contemporaneo, brano di X files nella materia dell'architettura, scintillante
ingombro che anticipa nel reale le speculazioni e i misteri del domani prossimo o le
ingenue visioni di fantascienza, o racconta le imprese del passato, o immagina il crollo
della verticalità e del perpendicolare con visioni di accartocciamento da cui si liberano
nuove forme. Anche la sua collocazione in un sito geografico non dei più frequentati
d'Europa può far parte di questa storia di apertura e di casualità, di utilizzo della
frangia e del margine come dovere concettuale dei ragionamenti futuri, assuefazione al
vasto mondo e alle categorie rimaneggiate senza sosta, suggerimento di allargare il
percorso nella visita ai simboli della contemporaneità.
Non stupisce che possa non piacere. Gli architetti dovranno abituarsi ad un punto di
partenza nuovo, come per tutto il novecento si sono riferiti al razionalismo della AEG di
Behrens nella Berlino del 1908. Son passati novant'anni. |