| 1 | Con la curiosa interpretazione di economia sociale di mercato (che secondo il modello cileno o la regola europea sarebbe economia di mercato che tiene anche aspetti di politica sociale) intesa invece come mercato fatto attraverso le organizzazioni sociali; cosa che continua a tornare utile quando si parla di sussidiarietà e di ONG, di fondazioni esentasse ecc., e genericamente di imprese in qualche modo collettive. |
| 2 | Di questa riconsiderazione dell'importanza del diritto pare invece non tener conto ancora oggi qualche cultore della geografia radicale di decenni fa, che affannandosi a dimostrare, giustamente, quanto il territorio sia sempre il frutto di conflitti, vede tutta la fenomenologia territoriale come spazio per ogni nuova affermazione di gruppi sociali e di istanze nuove, ma troppo caparbiamente e ideologicamente, come Doreen Massey, For space, Sage, 2005, sembra sottostimare che le sistemazioni della società sul territorio saranno anche frutto di opere di mediazione, negoziato, (di cui pure la Massey si rende conto) e non solo di conflitti, e che tra gli attori che si contendono il territorio esistono anche quelli che hanno alcuni diritti da prendere in considerazione più che da bocciare in radice e per definizione come automaticamente frutto di autoritarismo, a tutto vantaggio di gruppi sociali nuovi che si presentano sulla scena. E così facendo incorre nelle stessa critica che è stata sollevata contro Jacques Lévy, teorico della spazio legittimo, che è subito apparso come troppo arrogante a favore di qualsiasi richiesta nuova (separatismo compreso) che viene avanzata su parti del territorio. Del resto, sempre, come sanno gli storici e gli studiosi del diritto, il territorio è stato campo di pretese e rivendicazioni, di invasori, migranti, secessionisti, espulsi, auto-affermati proprietari escludenti, e così via (J. Le Goff, Centre/Périphérie, in J. Le Goff, J-C. Schmitt, Dictionnaire Raisonné de l'Occident Médiéval, Fayard, Paris 1999), sicchè intorno a frontiere e confini si esercita necessariamente e incessantemente la possibile arte della mediazione e della politica, tra diritti ed arbitrii. Il tema dei diritti, e dell'ineguaglianza, era avanzato elegantemente da Sassen anche in The Topoi of E-Space: Global Cities and Global Value Chains, nel vol. collettaneo (Kassel) Politics - Poetics Documenta X, Cantz Verlag, 1997: vi è la possibilità "che il potere organizzato in rete non sia intrinsecamente distributivo". |
| 3 | Il mio saggio sul localismo in Archivio di studi urbani e regionali, (ripubblicato in Terre sconfinate nel 1996) era del 1988, uscendo - come per altra via contro il "localismo triste" usciva Bonomi - dalla ricerca sul localismo come "alternativa strategica" di Magnaghi. |
| 4 | Pare un frutto della esplicita politica americana la suburbanizzazione Usa fino agli anni 70; ne fa una ricostruzione R. A. Beauregard, When America Became Suburban, University of Minnesota Press, Minneapolis London, 2006. |
| 5 | Interessante laccenno di N. Phelps, N. Parsons e altri, Post-suburban Europe. Planning and Politics at the Margins of Europes Capital Cities, Palgrave Macmillan 2006, dove a pag. 198, si cita proprio Le Galès quando parla della "metafora della città come attore". Qualche indizio interessante che dallattore si possa tornare ai soggetti si ricava dal fatto che nel Vocabulaire européen des philosophies. Dictionnaire des intraduisances, a cura di B. Cassin, Le Robert Seuil 2004, alla voce acteur corrispondono solo riferimenti al mondo del teatro, mentre la voce agency, in armonia coi termini di atto e azione e agente, è compilata da E. Balibar, autore anche delle voci Praxis e subject. |
| 6 | Può non piacere a molti urbanisti che sembrano sorvolare sempre sul tema, ma sono degli storici (non di neo-storia o di letteratura e racconti) a mettere insieme due aspetti, lassetto spaziale e il controllo delle popolazioni, nellincontro di Rouen del 2002 (Y. Marec (direction de), Villes en crise?, Creaphis 2005). A margine, si può notare che un geografo rileva una differenza notevole tra latteggiamento americano e quello francese: gli americani "si definiscono più spontaneamente dei francesi a partire dal sociale piuttosto che dallo spaziale": H. Vieillard-Baron, "Des banlieues françaises aux périphéries américaines: du mythe à limpossible confrontation?", Herodothe, n. 122, 2006 (colloquio franco-americano di Cergy-Pontoise del dicembre 2005). |
| 7 | " agli organi collegiali si sostituisce il rappresentante dellamministrazione, eletto direttamente dai cittadini. Ad una democrazia diretta, troppo contrapposta e eccessivamente litigiosa, subentra una democrazia indiretta, che si preannuncia decisionista ed efficientista " . Cos N. Centofanti, La legislazione urbanistica, 2° ediz. Cedam, Padova 2000, che riferisce le perplessità di V. Italia (a cura di), Lo snellimento dellattività amministrativa, Giuffrè, Milano 1997. |
| 8 | "Living for the modern city", Intervista a R. Burdett, direttore della Biennale di Venezia, Financial Times, 21/8/2006. |
| 9 | Quale che fosse in anni '90 la facile opinione e l'ancor più facile proposta di studiosi anche noti, tra i quali L.van den Berg, Politica urbana e orientamento al mercato, in G. Martinotti (a cura di), La dimensione metropolitana. Sviluppo e governo della nuova città, il Mulino 1999. |
| 10 | Mito oggi sotto profonda revisione teorica: "il semplice fatto che un bene sia prodotto dal settore pubblico non ne fa un bene pubblico", sicuramente, ma anche "il carattere pubblico di un bene porta con sè un fallimento di mercato", secondo J. Stiglitz, in un saggio compreso nel vol. diretto da J.P. Touffut, L'avancée des biens publics.Politique de l'intéret général et mondialisation, Albin Michel 2006. Precisa ancora J. Stiglitz, Making Globalization Work, Allen Lane - Penguin, 2006, che "la difesa intellettuale del fondamentalismo di mercato è largamente scomparsa" anche se perdura tra giornalisti, pundit e anche qualche economista l'abitudine a trincerarsi dietro la "scienza" economica (p. XIV e nota 2); mentre è importante nel settore pubblico "un bilanciamento tra governo e mercato".Altri ricercano addirittura forme di economia che si tiri fuori dalle trappole classiche dell'equilibrio e dei cicli, cose inventate dall'economia di periodi come il '700 (Ph. Ball, "Baroque fantasies of a most peculiar science", Financial Times, 30 ottobre 2006). Aggiungiamo che lo scontro di forze in gioco assomiglia oggi più che altro a quello dei tempi della geopolitica del '500, cioè prima della codifica di quelle "leggi" dell'economia del periodo classico. |
| 11 | T. Hall, Ph. Hubbard (edited by), The Entrepreneurial City. Geographies of Politics, Regime and Representation, Wiley 1998 |
| 12 | M. Sernini, La città disfatta, Angeli, Milano, 1988, 3a ed. 1994, trattava temi allora emersi di recente, che ancor oggi qualcuno si intesta a classificare come "emergenti". |
| 13 | F. Moulaert, A.Q. Rodriguez, E.
Swyngedouw (edited by), The Globalized City. Economic Restructuring and Social
Polarization in European Cities, Oxford U. P. 2005; A. Marteens, M. Vervaeke (coord.),
La polarisation sociale des villes européennes, Anthropos, 1997 (per quanto venga
criticato il concetto di polarizzazione, con facile riferimento al fatto che già nella
Repubblica di Platone c'era la divisione tra ricchi e poveri! Studi storici sulle
divisioni amministrative e sociali dentro le città - C. Topalov (dir.), Les divisions
de la ville, Unesco 2002 - riguardano per lo più casi estranei e precedenti alla
realtà del secolo scorso che fino a poco tempo fa ci appariva, nella pratica, piuttosto
mista); M. Sernini, "Urbanistica della separatezza / urbanistica della
connessione", Archivio di studi urbani e regionali, 1997, articolo declassato
dalla rivista a rassegna (il nuovo modo di fare le riviste?). Anche nel vol. a cura di
Bagnasco e Le Galès, Villes en Europe, del 1997, compariva un saggio di
Preteicelle sulla segregazione; insomma da anni la polarizzazione richiama più del solito
l'attenzione, come una questione non solo più rituale. H. Vieillard-Baron, nel citato
sgaggio in Herodothe, n. 122, 2006, mentre distingue tra segregazione americana
(oltre a quella volontaria dei suburbi) basata sulla razza (ghetto) e
segregazione francese basata sulla povertà (periferie o banlieues), scrive che
anche in Francia si delinea tuttavia una "tendenza al ghetto"(HVB aveva
cominciato ad avvertire sul tema già nel 1991 in Esprit e negli Annales de la
recherche urbaine), via via, vien da concludere, che il "requisito" della
razza si incrocia, come un distintivo, con quello della povertà, particolarmente
trattandosi de "las afueras". Sui temi sociali urbani vedi ora A. Petrillo, Villaggi,
città, megalopoli, Carocci, 2006. Mentre ovunque si tratta del futuro delle città
come problema sociale (v. i rapporti Habitat, degli ultimi anni), e mentre la
polarizzazione sociale urbana o come la si voglia chiamare è recensita come sempre più
presente nei paesi più diversi (es. P. Chatterjee, Oltre la cittàdinanza (tit.
orig.The Politics of the Governed, 2004), Meltemi, 2006, che nota come in India si
siano tentate in anni 60-70 politiche correttive) da noi si cerca nel progetto di
architettura la soluzione per la "coesione sociale" (certo, un cattivo progetto
di architettura non la migliora, ma questo è un altro problema), e da ambienti ufficiali
viene consigliato che gli stilisti di architettura (e chi si occupa di città e
territorio, temi ancora avvolti nelle incertezze legislative e costituzionali del riparto
di competenze tra ministeri: sul tema mie considerazioni a proposito di competenze e
riforme costituzionali in www.sernini.net)
ricorrano, come ad una bibbia, al più sbagliato e fuorviante libro di Ch. Jenks, The
Architecture of the Jumping Universe, Academy 1995, che già non piacque allora,
sognando un paese museo-paesaggio (federato) con città ricche di costosi giocattoloni
architettonici "di immagine" - i quali certo di per sè e presi uno alla volta
sono meravigliosi. Una scenografia di Bilal. Gaia, in base alle teorie 1995 della fisica
sulla natura dell'universo, assiste soddisfatta secondo Jenks. A ognuno il suo Gugghy
(nulla a che vedere con il mio fervente entusiasmo per il museo di Bilbao: M. Sernini, Estensioni
Esclusioni Connessioni, in P. Mello (a cura di), Spazi della patologia patologia
degli spazi, Mimesis 1999; e poco a che fare, in quanto filosofia, con un legittimo
desiderio di avere anche noi qualche bel centro culturale, come a Lucerna o a Santiago di
Compostela, una bella biblioteca come a Cottbus, uno stadio come a Monaco o a Pechino, una
stazione come a Siviglia, zampilli d'acqua come alla stazione di Barcelona di Mirailles o
a Lyon o a Londra e non fontana catafalco. O anche solo spazi pubblici ( solo la gente
nelle strade fa l'effetto urbano: una conferma recente in J. Borja, Z. Muxì, El
espacio pùblico: ciudad y ciudadanìa, Electa, Barcelona 2003) ben studiati come a
Bogotà, merito di una innovativa politica dei trasporti pubblici). Non è la prima volta
che frettolosi postmoderni alimentano l'equivoco di una flessibilità imposta
burocraticamente (sul punto M. Sernini, "La città-metropoli contemporanea", Iride.
Filosofia e discussione pubblica, n. 36, agosto 2002, ed. il Mulino). Gli aspetti della convivenza sociale spariscono, o se ne occuperà qualcun altro, in un paese che non sa mai occuparsi di priorità (sulla necessità delle quali v. invece oggi M. Sernini, Benessere nella città, nel vol. del Comune di Modena, a cura di G. Villanti , Città e progetto. Pre-testi di urbanistica riflessiva, Ed. Compositori, Bologna 2006). |
| 14 | P. Hall and K. Pain, The Polycentric Metropolis. Learning from mega-city regions in Europe, Earthscan, London 2006 |
| 15 | "The New Europe", Architectural Design, vol. 76 n.3, maggio giugno 2006 (ma è già di anni fa un convegno che trattava delle istanze vernacolari in mitteleuropa: sui i Colloqui di Bucarest, aprile 1999 e ottobre 2000, v. "Genius loci. Nationalismes et regionalismes en architecture entre histoire et pratique", LArchitecture daujourdhui n. 346, maggio giugno 2003). Ora la neonata sezione giovanile di Aesop, urbanisti europei, annuncia la sua riunione inaugurale a Bratislava. |
| 16 | "Europes New Frontiers", Time, 8 ottobre 2006 |
| 17 | Le Monde, 11 ottobre 2006. |
| 18 | A rincarare la confusione, arriva lultima ricerca su cui si hanno notizie frammentarie - di Robert Putnam, convinto probabilmente che la sociologia sia più uno studio della comunità che uno studio della società,: secondo il servizio: "Harvard study paints bleak picture of ethnic diversity", Financial Times, 9 ottobre 2006. Giornalisticamente qui viene già venduto ( e, pare, liquidato) il melting pot come fosse un mito, senza riflettere al fatto che forse la comunità che interessa Putnam, e che la diffidenza crescente tra persone stigmatizzate per differenze etniche renderebbe impossbile, non coincide con la città o la grande città, nella quale il melting pot ha ancora qualche successo, anche al di là di una nota marca di jeans. |