Sicurezza senza città ? a proposito di un libro su La città biopolitica

inedito fine 2005

Lo stile non facilita la lettura di questo libretto ad un lettore comune, sia pure colto e/o studioso di temi urbani, urbanistici, territoriali, architettonici, e giuridici o politologici. Non solo talune astrusità lessicali, intendo, ma anche varie discontinuità sia tra i capitoli sia all'interno di alcuni capitoli.

1. L'uso del termine città nel titolo genera perplessità ed equivoci. E' ben vero che oggi come ieri la città si vende bene in libreria (come trent'anni fa), ma appunto il lettore cercherebbe materiali sulla città come è comunemente intesa (pur con le tanto decantate trasformazioni degli ultimi tempi), cioè quell'insieme - centro come periferie come semiperiferia o anche periurbano - di abitanti aggregati sul territorio, un insieme di costruito e di spazi pubblici e di servizi. Invece qui la città compare assai poco (ne parleremo ancora, poichè il punto è fondamentale per giudicare di questo scritto), compare un pò di più l'urbanistica, cioè semmai la città pianificata, coi limiti che diremo, e in un barlume la polis coi difetti di cui pure si parlerà. A parte la trovata editoriale - la città - per un libro che in realtà tratta degli aspetti spaziali del biopotere, si potrà in buona fede tenere per buono il termine città solo se l'autore avesse inteso riferirsi - ma non ve ne è chiaro segno - o alla città come esclusivamente società umana, terrestre o celeste che fosse, come ai tempi di Agostino, la civitas, insomma, diversa dalla urbs, la citè differente da la ville come spiegava già bene cinque secoli fa Jean Bodin; o alla città come genericamente e generalmente spazio di esplicazione dell'azione del capitale (senza quindi differenze tra città e altri ambiti non urbani) come autori marxisti - tra cui Lefebvre - avevano inteso in anni in cui, come si dette allora conto (1), riferimenti diversi non avevano particolare richiamo.


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