(pubblicato nel volume di Fabrizio Spirito, Tre traverse da montagna a marina, Falzea, Reggio Calabria, 2000).

1. Alcune formule correnti.
Si esaminano qui criticamente due facili formulette che partono da modificazioni e trasformazioni anche di lunga data della società e della città, ma non danno conto della città del novecento ancora esistente, e suppongono un meccanico e immediato riflesso spaziale di alcune modificazioni sociali, o un urgente compito degli architetti di sovradeterminare quelle modificazioni interpretando "lo spirito del tempo". Esse non rappresentano per intero la situazione attuale - che contiene molti consistenti e vitali residui moderni - come invece potrebbe credere chi si occupa solo delle tendenze e delle innovazioni e le usa per definire tutto il sociale e tutta la realtà.
Le formulette sono: 1) non pensiamo più alla piazza, la piazza e la città sono cose superate; 2) lo spazio pubblico "degli anni 90" è cambiato (quindi deve cambiare se ancora non l'ha fatto), sia requie per lui (1), e dunque il "nuovo modo" di fruire e progettare gli spazi pubblici, come del "nuovo modo" di abitare o di insediarsi sul territorio negli anni 90, è tout court, a partire da qualche misteriosa data recente, totalmente immediatamente e definitivamente la "città-territorio" contemporanea. Alcuni oracoli la acclamano come la "città emergente", e la elevano a modello ignorando i rilievi che a quella ipotesi vengono mossi. Un documento francese di vent'anni fa (2), già criticato - e resistibile se si pensa che dalla teoria urbanistica non discendomo necessariamente le modalità della pratica del fare o non fare il piano e dare al piano certi o altri contenuti (3) - aveva delineato l'abitare peri-urbano ma aveva anche mostrato l'intenzionalità politica antiurbana che lo nutriva: disurbanamento intenzionale della vecchia urbanistica e controurbanizzazione spontanea degli ultimi vent'anni finiscono per convergere. Troviamo anche un tramite storico: la dispersione agevolata dalla tecnologia è sogno urbanistico già in Giovannoni negli anni '30. Troviamo anche una convenienza: per gli urbanisti ad assecondare i fatti dell'insediamento disperso: 1) poichè i fatti avvengono da sè, non occorre il controllo dei suoli; 2) se qualcosa di sgradevole ne risulta, se ne potrà incolpare la tecnologia e non l'urbanistica. E troviamo in fondo anche una disattenzione perversa: i nemici dell'urbano - che si annidano in città - anelano forse a realizzare la "previsione" di Mumford secondo la quale se tutti hanno l'auto e vogliono arrivare in auto a casa propria ciò equivale al diritto di distruggere la città.


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