Chi prende a modello la "città emergente" vuole trasformare subito in realtà una tendenza, come se non vi fossero tempi intermedi per riconoscere, accanto all'emergente, anche l'esistente e ben reale e abitata città moderna (4), solo perchè non quadra con le conseguenze delle analisi sul "postfordismo" proprio del capitale flessibile contemporaneo. Gli studiosi o gli artisti che si occupano delle tendenze ma che non cambiano il proprio modo di vivere forse hanno fretta di affossare l'esistente e di costringere gli altri a cambiar vita.          .

2. Quattro modi.
A proposito della piazza, sono invecchiate le 3 proposte più correnti degli ultimi decenni:

a) non parliamo più di piazza, perchè è superata, al pari della città. Superata dall'organizzazione della città o post-città contemporanea. L'unico senso accettabile della proposta è che oggi non occorre fare piazze nuove, non c'è più una ragione per le piazze con i loro grandi spazi celebrativi o di mostra, di assemblea o di mercato. Lo spazio pubblico per l'interazione sociale può invece essere benissimo la ben più invincibile strada (5). Ciò non toglie che le piazze esistenti siano un patrimonio prezioso, quasi sempre usato ancor oggi. Parlare di piazza ha ancora senso, con un'avvertenza: se la piazza non c'è, non occorre farla, certe piazze recentissime sono quanto mai desolate, e penosi sono i tentativi di riempirle o di costringervi usi sociali; se la piazza c'è, va tenuta bene, curata, lasciata vivere per il pubblico che ne fa un uso attuale corrente. Solo se abbandonata dagli usi si porrà il problema di cosa farne o di "rivitalizzarla".

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