| A margine di questo
tema si potrà anche fare qualche accenno all'impiego del termine sostenibilità. Termine
di uso, come si sa, ampiamente ambiguo, dato che da molti ecologisti viene inteso, e fatto
intendere all'opinione pubblica, nella sua versione originale relativa alla intoccabilità
e rinnovabilità delle risorse naturali, mentre saggiamente dalla maggior parte degli
ambienti politici - e anche nelle leggi dove si va gradualmente introducendo - viene
inteso, seguendo anche suggerimenti che provengono da ambiti internazionali, come
bilanciamento tra le diverse esigenze (sviluppo economico, sviluppo sociale, ambiente
naturale). Spesso l'assenza di chiarimenti genera equivoci. Inoltre sono intervenute
inevitabili enfasi, come nel caso di responsabili di enti locali che si battono per una
città "veramente sostenibile"!. In questi casi l'esagerazione del
"veramente" si unisce all'errore di riportare a termini locali e statici di una
singola porzione di territorio una nozione aspaziale o semmai mondiale che riguardava la
quantità e il tipo di sviluppo economico (città sostenibile invece che sviluppo
sostenibile), e che male si traduce- al pari del resto degli abusati riferimenti alla
carring capacity - su singoli livelli ristretti, identificati a piacere, arbitrariamente,
e sempre più simili ad applicazioni microlocali di escludenti logiche del tipo "non
nel mio giardino". Il "sostenibile" in linguaggi simili finisce per
diventare un sinonimo di "vivibile", intesi entrambi i termini in un senso assai
generico di carattere ambientalistico, e dunque con esiti inverificabili sul piano
dell'amministrazione, tanto dal punto di vista dei sostenitori delle esigenze ecologiche
integrali di sostenibilità quanto sotto il profilo di un bilanciato perseguimento
effettivo degli obiettivi di buona amministrazione; risultandone, alla fine, semmai
soltanto qualche facile quanto elementare ed autoritaria - e magari lì per lì
applauditissima - misura sanitaria di restrizione dei comportamenti quotidiani. |